lappello-di-cesare-prandelli-contro-la-ndrangheta-si-vince-tutti-assieme

L’appello di Cesare Prandelli «Contro la ‘ndrangheta si vince tutti assieme»

  1. Homepage
  2. Notizie
  3. L'appello di Cesare Prandelli «Contro la 'ndrangheta si vince tutti assieme»
lappello-di-cesare-prandelli-contro-la-ndrangheta-si-vince-tutti-assieme

Intervista del Corriere della Calabria al commissario tecnico della Nazionale che domenica sarà a Rizziconi. La sua ricetta contro i clan: «Ripartire dai ragazzi. E basta con la violenza sui campi». Il suo legame con la Calabria: «Ho un bellissimo ricordo di Ciccio Cozza».

Intervista pubblicata sul sito: www.corrieredellacalabria.it

Cesare Prandelli presenta con il Corriere della Calabria l’evento di Rizziconi. Il commissario tecnico della Nazionale azzurra, in questa intervista rilasciata al nostro giornale, si sofferma soprattutto sui temi di carattere sociale che lo hanno indotto ad accettare l’invito dell’associazione “Libera” e di don Luigi Ciotti a far svolgere un allenamento sul terreno di gioco sorto in un terreno confiscato alla ‘ndrangheta. Seduta di lavoro che si svolgerà domenica 13 novembre e che costringerà la Nazionale a un piccolo sacrificio in più: una trasferta di andata e ritorno in giornata, da Coverciano, per un appuntamento che sarà ovviamente più simbolico che “allenante”. D’altronde, il calcio è un grande strumento di comunicazione, soprattutto nel nostro Paese, e per questo può incidere sulle coscienze collettive. Una sorta di “pubblicità progresso” firmata dai campioni che, così, invitano i calabresi, soprattutto quelli giovani, a “dare un calcio” alla ‘ndrangheta.

Mister Prandelli, la decisione di venire in Calabria ha un significato simbolico che va oltre lo sport. Qual è il messaggio che s’intende lanciare?

«È molto semplice e chiaro. Ciascun cittadino ha il dovere di proteggere un bene comune quale il diritto alla legalità e solo con l’impegno individuale di ognuno si può vincere questa delicatissima partita. Ecco ciò che vogliamo trasmettere, venendo ad allenarci a Rizziconi».

ll calcio svolge una rilevante funzione educativa e pedagogica nei confronti delle giovani generazioni. Come far crescere i nostri ragazzi, e non solo quelli che diventeranno dei campioni, avendo come stella polare la legalità?

«È necessario mettere in atto quei meccanismi in grado di trasferire ai giovani il concetto di diritto al bene comune e all’educazione civica, nel rispetto della legge e della civile convivenza. Lo sport può essere un veicolo per trasferire e far apprezzare determinati valori come il rispetto delle regole e la solidarietà».

A proposito di legalità, dal mondo del calcio giungono segnali contrastanti: da un lato Prandelli e il suo codice etico in Nazionale, dall’altro gli scandali che, fino alla scorsa estate, hanno rischiato di travolgere il sistema. Come restituire piena credibilità al calcio italiano?

«Il calcio ha una propria credibilità. Attenzione a confondere il comportamento del calciatore dentro e fuori dal campo con fenomeni illeciti, si rischia di non far comprendere alla gente la reale portata delle cose e la dimensione reale dello sport».

Numerose inchieste hanno confermato le infiltrazioni delle cosche nel calcio dilettantistico e semiprofessionistico. È successo in diverse località del Sud Italia e in Calabria, addirittura, due club di serie D erano direttamente sotto il controllo della ‘ndrangheta. Esiste, secondo lei, un modo per tenere gli appetiti della criminalità lontani dallo sport?

«Immagino di sì. Una risposta la possono dare le Istituzioni politiche e giuridiche, se questi fenomeni sono emersi è proprio perché esiste una vigilanza a 360°. Lo sport può offrire un contributo importante sul piano della prevenzione, educando i giovani al rispetto delle regole».

In Calabria la grande piaga è rappresentata dalla violenza. Un dato su tutti, fornito dall’Aia: su 600 aggressioni agli arbitri nella passata stagione in tutta Italia, ben 145 sono avvenute in questa regione: praticamente una su quattro. Si può uscire da questa spirale che va avanti da anni e anni?

«È un dato vergognoso, l’arbitro è garante del gioco e parte integrante di esso. La responsabilità di una società sportiva è quella di educare alla cultura della competizione leale, non del sopruso o del vittimismo. Sono convinto che ciascuno debba prendere coscienza della portata morale di certi comportamenti: accettare un’eventuale sconfitta e contemplare la possibilità che essa possa essere stata generata da un errore di valutazione che può essere compiuto da chiunque, allenatore, giocatore, arbitro, è parte integrante del bagaglio di uno sportivo».

La criminalità organizzata in Calabria è oggi considerata la più potente in Italia e una delle più pericolose al mondo. Da cittadino, prima ancora che da uomo di sport, come ritiene si debba intervenire per contrastare più efficacemente le mafie in Italia?

«Personalmente non sono in grado di offrire delle soluzioni che spettano a chi è dotato delle competenze necessarie per contrastare un fenomeno così complesso. Da cittadino mi impegno quotidianamente ad avere degli atteggiamenti virtuosi e rispettosi delle regole».

C’è un film o un libro sul tema delle mafie che l’ha particolarmente colpita?

«Come libro, Gomorra offre uno spaccato veramente inquietante su questo fenomeno. Di film ne ho visti diversi, da “Il Padrino”, a “Gli Intoccabili”, a “Salvatore Giuliano”, e tutti possono offrire degli spunti di riflessione».

Com’è nato il “feeling” con don Luigi Ciotti? Un rapporto che già esisteva, oppure è nato sulla base della proposta di far allenare gli azzurri a Rizziconi?

«È impossibile non trovare un feeling e un sentimento di condivisione con una persona che ha dedicato la vita per gli altri, quando lo incontri hai la sensazione di averlo conosciuto da sempre».

Ha dei legami di amicizia o dei ricordi, nelle sue carriere di calciatore e di tecnico, che la portino in Calabria?

«Ho un bellissimo ricordo di Ciccio Cozza che è stato con me a Lecce, e non vorrei dimenticare qualcun’altro. Calciatori di carattere, tignosi, gente che sul campo non molla mai e non regala nulla agli avversari».

Anche se lei è naturalmente proiettato su qualcosa di molto più importante, cioè la preparazione dell’Europeo, che idea ha del calcio calabrese, oggi? Come aiutarlo a tornare ai massimi livelli?

«L’impegno e il lavoro nei settori giovanili è fondamentale per chiunque fa calcio: la Reggina da sempre costituisce riferimento nel mondo del calcio, proprio sotto il profilo qualitativo. Ritengo sia fondamentale far crescere i ragazzi nelle proprie città, nel proprio ambiente: anche da identità e senso di appartenenza possono nascere grandi motivazioni».

Ultima riflessione sui vivai. In Italia e specie nel Mezzogiorno si è capito che una grande Nazionale nasce se si semina bene nei settori giovanili?

«È un principio che vale non solo per il calcio, ma per tutti gli sport e in qualsiasi parte del mondo».

 

Giampaolo Latella